Moda: settore economico globale

Che il settore della moda rappresenti uno dei capisaldi dell’economia nazionale, coinvolgendo un’intera filiera produttiva e sviluppando numerose realtà distrettuali è risaputo. Una cassa di risonanza che trova sbocco e validazione anche a livello mondiale.

Il settore globale della moda vale 17 trilioni di dollari e conta qualcosa come 17 milioni di dipendenti. I maggiori player, però, ossia quelli con i ricavi più alti, non sono italiani.

Impietosa – e per certi versi sconvolgenti – la fotografia emersa in occasione della conferenza “The World Of Fashion As Global Player” e diffusa dall’associazione Bocconi students 4 design, che in maniera non troppo celata denota i sintomi di malessere dell’economia nazionale, diffuso anche in settori dove si possono vantare dei nomi eccellenti.

Da una rielaborazione condotta su dati di Statistic Brain, infatti, risulta che il fatturato di LVMH è stato di 37,140 miliardi di dollari; H&M 18,820 miliardi, Gap 15,650, Christian Dior 11,910, Richemont 11,830, Estée Lauder 9,710, Phillips Van Heusen 6,040, Coach 4,760, Levi Strauss 4,670, Abercrombie & Fitch 4,150, Jones Group 3,800, Tiffany & Co 3,790, Hermés 3,680 e American Eagle Outfitters 3,480 miliardi. Nessuno di questi gruppi batte bandiera tricolore. Eppure molti di assi arruolano nelle loro file griffe Made in Italy (LVMH in testa).

Se si restringe il campo di analisi e si guarda a Milano, il settore Moda, secondo questa stessa ricerca, rappresenta il 21% del PIL ed è dunque trainante per l’economia della città e del Paese. A Milano ci sono più di 7mila imprese legate al mondo del fashion, con un fatturato di circa 100 miliardi di euro e volumi di 4 miliardi.

Il tema scottante diviene dunque un altro: al netto delle griffe che mietono successi e della qualità indiscussa del Made in Italy, il problema risiede nella incapacità di fare rete e massa critica, di muoversi come sistema Paese, così da presentare le aziende della moda come grandi player globali. Perciò il comparto soffre, o quantomeno risulta appetibile/aggredibile dall’estero. Sono tanti, infatti, i brand acquisiti da grossi gruppi stranieri. Non da ultimo Loro Piana, che è entrato a fare parte della scuderia LVMH: la produzione rimane italiana, ma la “testa” si trasferisce all’estero, con tutto quello che ciò comporta.

Secondo Peter Spadaro, area manager di Brioni, maison italiana che fa parte del gruppo Kering (già PPR) insieme, tra le altre, a Gucci, Bottega Veneta, Pomellato, il punto è che “le aziende italiane dovrebbero coordinarsi tra di loro. Il problema dell’Italia – dice – è che in Italia ogni azienda è un campanile“. Un’esigenza che, per esempio, i francesi hanno compreso, mettendo a punto strategie commerciali e di gruppo vincenti.

 

Anita Pezzotta

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