La comunicazione crea valore?

La comunicazione crea valore? Grande dilemma che all’ombra della crisi riscuote grande attenzione. In particolare, la questione si pone nei confronti dell’effettiva contestualizzazione di questa disciplina all’interno delle dinamiche aziendali, per capire se si riferisce solo alle relazioni e ai contenuti – mantenendo un atteggiamento distaccato e asettico – o s’indirizza, piuttosto, verso la progettazione di ambienti di senso in cui rendere fruibile agli interlocutori una vera e propria esperienza di quel prodotto/servizio – caricandosi così di significati emozionali, in grado di superare le selettive barriere all’ingresso poste dall’intelletto umano.

Senza ombra di dubbio, mai come oggi si crea valore attraverso l’induzione di senso. In altri termini, attraverso la costruzione cognitiva, le attese esperienziali, la fruizione simbolica: tutto ciò che si spinge oltre la mera apparenza materiale e una prima memorizzazione,  connotandosi di valenze profonde e pregnanti, in grado di permeare la sensibilità umana. Il senso, letteralmente considerato, offre un’indicazione di marcia, orientando chi ne fruisce verso determinate scelte e allontanando da altre, in quanto considerate le prime capaci di incrementare il proprio benessere o arricchire la propria esistenza. La costruzione di senso, pertanto, è la capacità di chi offre beni e/o servizi, di rispondere a una richiesta del fruitore che si spinge oltre la scelta dettata da bisogni immediati, rispondendo piuttosto a logiche implicite, spesso sottointese, alle volte latenti e comunque attinenti a una componente più emozionale e intima, per certi aspetti recondita. In uno scenario ad alto potenziale, i soggetti in gioco (gli acquirenti per intenderci) sono alla costante ricerca di senso attraverso scambi economici, informativi o relazionali che rendano la propria esistenza più completa e meno ordinaria. Al centro sempre e solo un unico scopo essenziale: processare informazioni in maniera competente e acquisire senso attraverso un consumo cognitivo, fondato su valutazioni sensoriali.

Alla luce di queste considerazioni, il senso si carica di elementi percettivi alla base di ogni esistenza umana: come dimostrato dalle più recenti ricerche di neuromarketing, l’attivazione di determinati sensi attiva la produzione di particolari neurotrasmettitori che incrementano le sensazioni di benessere e entusiasmo.

Conseguentemente, più i beni o i servizi sono ad elevato valore aggiunto e maggiore è il coinvolgimento sensoriale.

La semplice concezione marxista di valore – caratterizzata dalla diade d’uso/di scambio – si arricchisce pertanto di una nuova sfumatura sensoriale, elemento caro a un’economia basata sempre più sull’interscambio d’informazioni, contenuti e relazioni tra gli individui, che si vedono così coinvolti in prima persona, passando da meri e passivi fruitori a un indaffarati produttori.

In tutto ciò il ruolo del comunicatore si colora sempre di più di abilità come la capacità – il più delle volte sussurrata – di indurre senso, esulando dal semplice trasferimento di contenuti prestabiliti e standardizzati.

 

Anita Pezzotta

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